martedì 24 ottobre 2017

Quando il cielo

C'è sempre una ragione quando il cielo è così immensamente azzurro. Quando il sole è ferma carezza sulla testa, tepore di panna montata. 
C'è sempre una ragione, quando il cielo ci spennella d'oro, quando cosparge le pieghe del cuore di zucchero a velo. 
C'è sempre. 


domenica 10 settembre 2017

Corrono le nuvole  e le stagioni, corrono le ruote e i pensieri. Ma le stelle quelle no. Restano ferme nel buio, infallibili boe. E per fare buio- lo sai? -  basta che le ciglia si abbraccino.

martedì 22 agosto 2017

Riccioli di matita

Riccioli di matita temperata come le gonne a campana delle bambine d’estate. Abbandonate sulle sedie, sui cassettoni alti, sui pavimenti di maiolica delle case al mare, fra sandali e ciabatte, e un frusciante scalpicciare di piedi abbronzati.

Ho camminato, ho ballato, ho nuotato. Il vento ha riempito le tende, le lacrime gli occhi, semplicemente baci mi hanno chiuso la bocca. Mi lisciano le estati, mi asciugano.

Più corta, più sottile, appuntita dagli anni che passano, mi sento matita fina. Le parole come conchiglie, nella bassa marea. 

martedì 18 luglio 2017

Andar per monti

Io e mia sorella in montagna ci dividevamo equamente i genitori.  La terza sorella proprio da quelle montagne, dice la leggenda familiare, di lì a poco sarebbe arrivata, con la sua consueta ventata di novità e rivoluzione. Ma a quel tempo due bambine e due genitori eravamo, ad avventurarci sui sentieri, e la composizione delle squadre era prevedibilmente bilanciata.

Due davanti e due dietro, sul sentiero. Mia sorella per mano alla mamma, nota dispensatrice di generi di conforto simbolici e sostanziali, ed io avanti trotterellando fiera accanto al papà. Poi la sosta per il pic nic. Mia sorella con la testa fra le ginocchia – e i profumati involti – della mamma, io a cercar tane di marmotte fuori dal sentiero o mettere il naso nei rifugi a caccia di un caffè con il papà. 

Mi piace pensare che sia per questo che ho sviluppato con mia padre la complicità della trasgressione adulta, lo strizzarsi d’occhio di chi quatto quatto esce dal perimetro delle gonne materne e va in esplorazione. Che sia la vetta del Puez, un lavoro indipendente o l’ennesimo caffè. Cosa ci sarà dopo la curva? Chissà... Andiamo? Andiamo. 

Ma invariabilmente, quando si avvicinava il momento di salire in seggiovia o di affrontare un passaggio critico sulle rocce,  la vocina squillante della sorellina piccola sparigliava le carte: io sto col papà. Li vedevamo salire e prendere il volo e c’era sempre quello sguardo fra me e mia madre, mentre la seggiovia girava intorno alla ruota e noi iniziavamo a piegare le ginocchia. Siamo io e te. Pronta? Via.


Mi piace pensare che sia per questo che ho sviluppato con mia madre la complicità del coraggio, del ce la facciamo da sole. Che sia all’inizio di un viaggio, nella camera di un ospedale o di fronte alla ricetta del souffle. Hai paura? Sì. Anche io, andiamo. 


martedì 23 maggio 2017

Ho sentito leggere Tagore in sanscrito

Ho sentito leggere Tagore in sanscrito e mi sono resa conto che qualche volta il significato delle parole non è ciò che serve, per capire. Qualche volta è semplicemente il rimbalzare dei suoni sulla pelle. Lo spessore del silenzio, e della carta sotto le dita. Il mistero di un disegno, il sentiero delle dita quando passano fra i capelli. Il colore del vento che attraversa il cielo. Zia tu ci credi alla magia? Io sì, anzi non è che ci credo, lo so. Ah sì? E per esempio cos'è una magia? Per esempio è quello che sento quando ti abbraccio.

lunedì 24 aprile 2017

C'era una volta un pezzo di legno, e ci sarà per sempre

"C'era una volta... - Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. Invece no, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno..."  
Il dito alzato, la voce lunga e fonda. Quando diceva "un pezzo di legno" sembrava di sentirne la consistenza calda, le venature. Tutte le vite possibili, e le storie, che aveva dentro. 
Quando ho avuto fra le mani il primo Pinocchio della mia vita non potevo credere che quell'incipit l'avesse inventato quel tal Carlo Collodi e non mio zio. Ancora oggi, in verità, sono fondamentalmente convinta che si tratti di una particolare forma di plagio.
Ma non è questo che volevo raccontare. Questo era perché fosse chiaro a quale sorta di ginocchia mi riferirò quando, fra poco, dirò che ero seduta sulle sue ginocchia.

Era accaduto al termine di una lunga cena e di una lunga tavolata. Eravamo in campagna ed era d'estate. Io avevo da poco ottenuto il permesso di farmi i codini e, se non erro, c'era una sorellina appena nata, in una carrozzina con la zanzariera, laggiù in fondo al corridoio.
Mi ero arrampicata sulle sue ginocchia, appunto, accaparrandomi il privilegio mentre gli adulti si passavano l'amaro e i ragazzi chiedevano per favore un'altra fetta di crostata.
Gli avevo detto: "Lo sai che sto leggendo un bel libro?! S'intitola il Diario di Giulietta - e poi avevo aggiunto, compunta - è della Casa Editrice Mursia".
L'avevo sentita immediatamente arrivare, dritta dritta dalla pancia,  quella risata che già gli rotolava nella voce mentre mi chiedeva "Ah sì? della Casa Editrice Mursia??" e poi gli inondava gli occhi, e, inarrestabile e fragorosa, contagiava la tavolata. E mentre lui rideva e mi stringeva, io mi sentivo arrossire fino alla punta dei codini e pure mi saliva il dispetto - che proprio non capivo cosa ci fosse da ridere della Casa Editrice Mursia -  ma più grande ancora del dispetto era l'orgoglio di avergli provocato tutto quel ridere. Proprio io.
Io che ancora oggi, quando compunta e compita, con tailleur e occhiali, cito il testo e la casa editrice, rivedo quello sguardo e una risata mi fa solletico, da qualche parte intorno all'ombelico e in mezzo alle guance.  
Io che oggi penso a che bel dono mi ha lasciato, quella sera, ridere così di cuore di me stessa e di questo burattino che talvolta mi piace interpretare.

domenica 2 aprile 2017

Ho impastato

Ho impastato, rimuginando. Ho preso a pugni il cuscino che mi protegge i pensieri. Ho infilato le dita dentro la pasta elastica degli eufemismi, degli alibi e delle mezze verità. Ho ammorbidito con l'acqua limpida che sgorga dalla montagna che sempre mi sovrasta e mi ispira. Ho appallottolato le brutte copie e lisciato l'orizzonte col palmo aperto come orecchie senza paura. 
Ho fatto la pizza, l'ho condita col pomodoro che sempre avrà il sapore dell'orto e delle mani che stringevano la vanga, ho sparso l'origano come fosse un seme. 
Poi ho apparecchiato la tavola e ho aspettato il suono del campanello, mentre il buio e il calore facevano le parole croccanti. Avanti.